Frankenstein, il sosia di Lauzi ed il suo gesto

sono a casa con Frankenstein e poi suona il citofono. Frankie risponde con ansia ma poi, evidentemente rassicurato, apre ed appare un attempato signore conosciuto dagli abitanti della magione. io ne avevo solo sentito parlare. porta tante cose da mangiare da Genova. poco prima, ci racconta, era andato dal barbiere. sembra proprio Lauzi. parla molto, divaga. nel frattempo Frankie inopportunamente fa notare che “non siamo mica dei morti di fame”. lo fulmino con lo sguardo. i minuti passano lenti. nel frattempo arriva la padrona di casa. ella lo invita a trattenersi ma Bruno Lauzi dice che si è fatto tardi. fa per uscire ma prima indossa un cappello. la padrona di casa gli chiede il motivo del suo gesto giacché non piove, non c’è vento e i suoi bianchi ondulati capelli sono in ordine. egli risponde così: “Mah, sai…” e fa un impercettibile gesto (che solo io noto) con la mano destra, guardando nel vuoto. nessuno capisce e poi se ne va. e questo, in sostanza, è tutto.

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un sommario di: K-263

K-263, verso le due (quando l’aria è di carta semitrasparente), e poi intorno alle quattro del mattino (quando essa comincia a scurirsi progressivamente giallastra poi blu) si sveglia e, tranquillizzato dalla calma notturna della Зона in cui vive quasi nessuno, controlla il segnale orario e spiragli di luce dalle cui sfumature deduce quanto tempo gli rimane. ne vuole solo uno. di spiraglio. tanto poi verso le dieci del mattino, l’ultimo si chiude da sé, come fosse programmato o un organismo vivente. cade, secco. e lui sa.

K-263 accende e fuma una rimanenza di sigaretta, appositamente spenta e conservata in quel pezzo di affusolato mattone trovato anni fa in una spiaggia. egli si ricorda dove, quando e con chi. la fuma sul fianco sinistro, poi.

ancora sonno, caldo plaid e cuscini, veglia e piumone, immerso in pensieri infantili che egli si inventa o successive memorie che ripercorre. come tante palline rosa che partono dalla base posteriore del collo, microscopiche. Esse si aggirano alla base del cervello (come le immagina lui). hanno quasi sempre la meglio certi ricordi, o vaghe previsioni che ormai non ha più senso fare. è questa la sua fatale contraddizione: perché continuare a stare a letto se non riesce più a dormire e tutte le seguenti ore gli sembrano (sono!) un tortuoso, almost ripetitivo percorso? ma poi riesce, ce la fa. dorme ancora un soffio. almeno ancora un po’, ancora una ventina di minuti. sull’altro fianco.

espletata la prolunga, successivamente rasatosi ed assunta la Metasostanza Statale, osserva passare il tempo ocra, accompagnato dal radiodiffuso Concerto del Mattino. si capacita farmaco/logicamente di poter sopportare, con i consueti mezzi, le ore a venire. spera comunque sempre sempre sempre che niente di male sia successo alla gattina (tornerà la sua sorellina?). ma finché non la vede, nel frattempo, suda e la immagina agonizzante per strada o soffocata nel cassonetto della spazzatura dove, prima di andare a lavorare, le dice sempre di non andare: “guarda che prima o poi ti schiacciano lì dentro! stai attenta, Carolina! non uscire dal cortile…il mondo, in quanto cumulo di  miserie, è pericoloso! ci vediamo quando torno, ti spiegherò meglio”.

riflettendo sul fatto che i pronomi sono come i pidocchi si incammina.

torna indietro, si è dimenticato qualcosa.

scale

Poi.


Щепка – pensieri di un čekista

quando si abbatte una foresta, volano schegge (proverbio russo)

In cortile presero a scalpicciare le zampe di acciaio dei camion. Tutta la casa di pietra tremò. Sul tavolo di Srubov, al terzo piano, tintinnarono i coperchietti di rame dei calamai. Srubov impallidì. I membri del Collegio e il giudice istruttore accesero frettolosamente le sigarette. Una piccola cortina di fumo coprì ognuno di loro. E gli occhi – in terra.

Ed ecco – Lei, la Rivoluzione, scuote la Sua camiciola, strappa via dalla camiciola e dal corpo pidocchi, vermi, e altri parassiti – quanti le hanno succhiato il sangue! – e li getta giù, giù nei sotterranei. Ed ecco, noi dobbiamo, ed ecco – io debbo, debbo, debbo – schiacciarli, schiacciarli, schiacciarli. Ed ecco il loro pus – il pus, il pus. Ed ecco di nuovo l’elegante camicia di Marx.

E l’acuminato frammento di vetro delle congiure e la stricnina dei sabotaggi Le facevano vomitare sangue, e il Suo ventre (grembo, secondo la Bibbia) si gonfiava per la maternità, la fame. E’ ferita, imbrattata del proprio sangue e di quello dei nemici (non sono forse sangue Suo Srubov, Katz, Bosge, Mudynia?), lacera, coperta di stracci grigi e rossi, in una pidocchiosa camiciola di grezza tela, scalza. Lei stava salda nella grande pianura, e guardava il mondo coi Suoi vigili occhi pieni

di

sdegno.

(Vladimir Zazubrin – La scheggia)


GLI OCCHIALI ZOPPI

vorrei vedere voi, che cosa ne sapete di una vita da occhiali invalidi?

d’accordo, sono costato poco, non pretendo le attenzioni di uno che ha soldi da spendere per un capriccio, come un tempo avrebbe fatto il mio attuale possessore… la mia qualità è scadente. lo so. ma resistente, aggiustabile, altrimenti non sarei qui a scrivere mentre lui cerca parlando da solo le cose che non trova al loro posto. ma anche io, noi, voi. sono, siamo, siete senza marca, neanche un’imitazione. i miei consimili li intravedete dai tabaccai, nelle farmacie, al supermercato. quando siete in coda e non sapete se distrarvi o Pensare. quando vi trovate in quei rassicuranti posti che voi ben conoscete e sui e nei quali non riflettete mai. quei posti dove osservo finti sconti, marciume, infrazioni di leggi riguardanti prodotti commestibili, bastarda superficiale gente usw

ma non è certo questo il punto, ho infatti imparato ad usare il suo computer – mentre lui va in bagno, o quando va sotto a nutrire i suoi animaletti. ma di solito non si trattiene a lungo. da nessuna parte.

domani potrei essere schiacciato, considerato ormai inutile, buttato via. ma non da lui! non lo farebbe mai! non sto qui a dilungarmi, piuttosto

adesso sterzo

noi noi noi occhiali, generalmente, non manifestiamo le nostre emozioni, tranne rare opportunità in tal senso. siamo degli oggetti e, come tutti gli appartenenti a tale categoria, subiamo l’uso che si fa di noi. a volte con la stessa crudeltà che caratterizza, più o meno, il resto dell’umanità della quale vi compiacete di far parte. sfruttate le cose che non ritenete di umana considerazione e, per lavarvi, vomitate compassione e passate ad altro.

ora mi sento un po’ in colpa, non voglio accusarlo. egli non è certamente cattivo (ma io credo solo perché vorrebbe esserlo davvero). ha molto molto più rispetto per piante, animali, per i deboli e malati che per sè stesso. circondato com’è dalla sporca, banale umanità che lo circonda – io lo capisco! io vedo! io sono un paio di occhiali!…in questi pochi anni trascorsi al suo servigio ho accumulato tante cose nella mia piccola memoria. soprattutto colgo l’unicità del suo disprezzo, del suo celato valore e della sua etica che chiunque dovrebbe essere in grado di percepire. ma ovviamente così non è.

e raramente avvengono talune cose, che poi non

poi. quando lo vedo impassibile, solo, osservante muri giallini, immerso in sinfonie che comincia a conoscere sempre più profondamente

mi appoggia sul suo comodino. questo è un bel momento. ho bisogno di stiracchiare la mia stanghetta ancora in grado di farlo. sento il suo respiro che si fa leggero e greve al tempo stesso. vedo immagini e ascolto suoni e dialoghi in bianco e nero su di un piccolissimo schermo. ulteriormente rimpicciolito causa strane teorie sul consumo della batteria del terminale che usa. a volte strane lettere, diverse da quelle che normalmente devo leggere. volute di fumo. e poi solo i radi suoni esterni: camion della spazzatura, dove prima o poi finirò, il temibile gatto bianco e grigio, qualche automobile, rari velociclomotori.

il silenzio assoluto non esiste, neanche in una camera iperbarica, mi confidò un mio simile che ebbe l’onore di poggiare sul naso di John Cage.

la saracinesca vivente va giù da sola ogni giorno, intorno alla decima ora del mattino

“Affinché la mia visione ti sia compagna sempre”

Fa bene, fa bene quando si incazza, specialmente quando, non conoscendo le sue opere ma ascoltando la radio riconosce, non so come! non lo so!, Ibsen! e ulteriormente alza il volume per….poi sedersi qui. “Adesso che si godano La Monte Young”. Lo sento, ha voglia di tirare calci al muro e di parlare chiaro, per una volta, a queste persone legate a lui  solo da rapporti anagrafici e di portarsi a casa tutti e cinque i gatti prima di trovarli come….

ma

ora basta

LA MONTE YOUNG “Theatre of eternal music” 1971


conosciamo 1000 modi per far parlare i muri…

Delle conseguenze penali si dovrebbero occupare magistrati, avvocati, forze dell’ordine. Ma, intanto, un modo per espiare la pena ci sarebbe: costringerli a ripulire immediatamente, ovviamente a loro spese, le facciate dei Palazzi che hanno imbrattato. Così sarebbero impegnati in un’attività socialmente utile, vista la loro avversione contro il lavoro, inteso secondo la loro distorta visione del mondo come “forma di schiavismo”, “mortificazione delle persone” e “strumento del Capitale” (come testimoniato dalle varie scritte sparse qua e là nelle vie del centro).

Gazzetta del Sud 3/5/2015

(N.d.R.  i fatti a cui si riferiscono gli agenti mediatici del sistema sono accaduti la sera del 30.04.15)

Abbiamo disturbato la vostra quiete? Continuate ad indignarvi per una vetrina infranta ma mai per l’impotenza che porta a chinare la testa di fronte all’inaccettabile? Vivete come se la devastazione di Stato e Capitale non esistesse, come se lo scempio fosse una scritta su un muro o monumento? Non vi accorgete che il vero scempio è quello subito dai corpi modellati minuziosamente per renderli perfettamente aderenti alle strutture della merce, del lavoro e del divertimento organizzato?


ARBEIT MACHT FREI

In un sistema in cui denaro, merce e spettacolo sono il fulcro del meccanismo capitalista, ci ritroviamo facilmente (e più o meno coscientemente) pervasi di bisogni presunti e desideri creati ad arte per renderci dipendenti da essi. Noi non aspiriamo di certo ad elemosinare “migliori condizioni” all’interno di questa gabbia esistenziale, ma ad essere sprone e causa dell’inceppamento di questi ingranaggi mortiferi. Perché una vita dedicata a lavorare per denaro, con la prospettiva unica di spenderlo come suggerisce ossessivamente lo scintillio pubblicitario, ci pare di una tristezza sconvolgente – così vicina all’annientamento delle nostre reali pulsioni, così simile all’automatizzazione delle nostre attività. Non siamo per nulla disposti a perdere il nostro vivere adesso pur di rincorrere il miraggio del futuro. E neppure a sopravvivere stanchi, spegnendo giorno dopo giorno le nostre passioni (o rinunciando a coltivarle o facendone profitto – il che è persino peggio perché equivale a diventarne schiavi, a tradirle) e l’irriducibile forza d’urto che abita i nostri corpi. I nostri come quelli di chiunque non intenda ridursi ad accendere appena possibile lo schermo di un computer che distilli emozioni per la sua identità virtuale, o di lavorare anche nel “tempo libero” come fruitore passivo di localini alla moda e spettatore (magari interattivo) del palinsesto mediatico o cibernetico. Per questo schifiamo l’imponente baraccone dell’expo 2015 di Milano, mostruosa vetrina delle “migliori” aberrazioni tecnologiche di ultima generazione, proposte da multinazionali e grandi aziende magari rivestite e agghindate (come se il re non fosse irreversibilmente nudo) dal manto ecologista. E riconosciamo in coloro che infrangono queste vetrine i nostri compagni, in coloro che sfidano questo sistema con l’attacco diretto, i nostri affini. Puntiamo a distruggere il terrore impostoci col ricatto del denaro, con l’ansia del tempo. Perché il nostro momento di ora duri per sempre vogliamo un’esplosione di gioia immanente, che passa pure per la durezza della violenza: perché non riconosciamo e vogliamo combattere il “monopolio legittimo” della violenza nelle mani dello Stato. Cioè, in sostanza, nei manganelli dei tutori dell’ordine, nel conto in banca dei possidenti, negli arsenali militari e nei laboratori di ricerca che praticano la vivisezione, nel diritto concretamente applicato dalle procure, nelle telecamere che ci controllano, nelle carte dei ministeri che ordinano “respingimenti umanitari” e “missioni di pace”, nello zelo spersonalizzato di chi applica gli ordini che riceve (“faccio solo il mio lavoro…”), nella voce “autorevole” del medico che prescrive un t.s.o. a chiunque non sia stato docile e paziente. Non insorgere contro la violenza istituzionalizzata di una quotidianità imposta significa, anche inconsapevolmente, diventarne complici. Le mezze misure del compromesso col nemico che ci vuole schiavi lasciano solo l’amarezza della catena allungata di un anello: se vogliamo spezzarla, dobbiamo provare a colpirne tutti i nodi portanti.

Fanculo all’expo


AGLI OTTENEBRATI PASQUALI (post resurrectionem)

= = = = = = = = = = = = = = = = Ehilà, brava gente, siate in pace! A farvi gli sporchi affari vostri riuscendo ad annoiarvi ancora una volta, utilizzando le giornate di “festa” dal lavoro per commettere nuovi lavori altrettanto degradanti (messe – in culo – collettive a mezzogiorno, uova di Pasqua con “sorprese” talmente scontate da rasentare quasi l’originalità, partite a carte tra personaggi assolutamente scartabili, picnic con famigliamici etc.)

Insomma sembra riuscito il programma del Capitale, rendervi servi sciocchi che si “divertono” nelle feste comandate.

MA NON ILLUDETEVI. Non sperate in tante pasque e tanti natali (per non parlare delle vostre losche vacanze estive al mare (di merda) in cui potrete sfogare le vostre turpitudini istituzionalizzate.

C’è della GENTAGLIA che non tollera più le feste a date e noie fisse  C’è della GENTAGLIA che, non rispettando il lavoro, non rispetta nemmeno qualunque divertimento dopolavoristico  C’è della GENTAGLIA che vuole realizzare il piacere assoluto sempre  C’è della GENTAGLIA che prende i propri desideri per realtà e comincia a praticare la resurrezione completa della carne contro la crocifissione capitalista.  C’è della GENTAGLIA che sta preparando la rivoluzione  C’è della GENTAGLIA che vi obbligherà alla festa continua rivoluzionaria, o a sparire  C’è della GENTAGLIA che sta già distribuendo questo volantino

Consumate in fretta il vostro sacrificio pasquale prima che la rivoluzione ve lo trasformi sotto il naso in felicità continuata.

Strappate questo volantino in fretta prima che esso vi strappi dalla vostra schifosa “tranquillità”

                                                   ATTENZIONE!

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