ENTRATA

Le opere di un uomo tracciano spesso la storia delle sue nostalgie o delle sue tentazioni, quasi mai la vera storia, soprattutto quando pretendono di essere autobiografiche. Nessuno ha mai osato dipingersi come è.     (A.C.)

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IMMAGINE

Scorgevo da lontano la sagoma dei due uomini, sembravano indossare lo stesso giaccone e cappello, dal capo di uno esalava del fumo denso. Forse di pipa. Li osservai per qualche minuto, me li immaginavo parlare sommessamente, quasi senza ascoltarsi – non era certo quello il punto.

Ad un tratto uno si appoggiò all’altro, alzando stancamente una mano, forse in direzione del cuore. L’altro lo abbracciò, come per proteggerlo.

Ma ormai non c’era più bisogno di niente.


Johann H. W. Tischbein – Der lange Schatten

 

a proposito di me, Johann Caspar Schmidt, Andrej Efimjc Ragin et al…

 

 

 

 

 


Frankenstein, il sosia di Lauzi ed il suo gesto

sono a casa con Frankenstein, suona il citofono. Frankie risponde con ansia ma poi, evidentemente rassicurato, apre ed appare un attempato signore ben conosciuto dagli abitanti della magione. io ne avevo solo sentito parlare. porta tante cose da mangiare da Genova. poco prima, ci racconta, era andato dal barbiere. sembra proprio Bruno Lauzi. parla molto, divaga. nel frattempo Frankie inopportunamente fa notare che “non siamo mica dei morti di fame”. lo fulmino con lo sguardo. i minuti passano lenti. nel frattempo arriva la padrona di casa. ella lo invita a trattenersi ma Lauzi dice che si è fatto tardi. fa per uscire ma prima indossa un cappello. la padrona di casa gli chiede il motivo del suo gesto giacché non piove, non c’è vento e i suoi bianchi ondulati capelli sono in ordine. egli risponde così: “Mah, sai…” e fa un gesto appena percettibile (che solo io noto) con la mano destra, guardando nel vuoto. nessuno capisce e poi se ne va. e questo, in sostanza, è tutto.


un sommario di: K-263

K-263, verso le due (quando l’aria è di carta semitrasparente), e poi intorno alle quattro del mattino (quando essa comincia a scurirsi progressivamente giallastra poi blu) si sveglia e, tranquillizzato dalla calma notturna della Зона in cui vive quasi nessuno, controlla il segnale orario e spiragli di luce dalle cui sfumature deduce quanto tempo gli rimane. ne vuole solo uno. di spiraglio. tanto poi verso le dieci del mattino, l’ultimo si chiude da sé, come fosse programmato o un organismo vivente. cade, secco. e lui sa.

K-263 accende e fuma una rimanenza di sigaretta, appositamente spenta e conservata in quel pezzo di affusolato mattone trovato anni fa in una spiaggia. egli si ricorda dove, quando e con chi. la fuma sul fianco sinistro, poi.

ancora sonno, caldo plaid e cuscini, veglia e piumone, immerso in pensieri infantili che egli si inventa o successive memorie che ripercorre. come tante palline rosa che partono dalla base posteriore del collo, microscopiche. Esse si aggirano alla base del cervello (come le immagina lui). hanno quasi sempre la meglio certi ricordi, o vaghe previsioni che ormai non ha più senso fare. è questa la sua fatale contraddizione: perché continuare a stare a letto se non riesce più a dormire e tutte le seguenti ore gli sembrano (sono!) un tortuoso, almost ripetitivo percorso? ma poi riesce, ce la fa. dorme ancora un soffio. almeno ancora un po’, ancora una ventina di minuti. sull’altro fianco.

espletata la prolunga, successivamente rasatosi ed assunta la Metasostanza Statale, osserva passare il tempo ocra, accompagnato dal radiodiffuso Concerto del Mattino. si capacita farmaco/logicamente di poter sopportare, con i consueti mezzi, le ore a venire. spera comunque sempre sempre sempre che niente di male sia successo alla gattina (tornerà la sua sorellina?). ma finché non la vede, nel frattempo, suda e la immagina agonizzante per strada o soffocata nel cassonetto della spazzatura dove, prima di andare a lavorare, le dice sempre di non andare: “guarda che prima o poi ti schiacciano lì dentro! stai attenta, Carolina! non uscire dal cortile…il mondo, in quanto cumulo di  miserie, è pericoloso! ci vediamo quando torno, ti spiegherò meglio”.

riflettendo sul fatto che i pronomi sono come i pidocchi si incammina.

torna indietro, si è dimenticato qualcosa.

scale

Poi.


Щепка – pensieri di un čekista

quando si abbatte una foresta, volano schegge (proverbio russo)

In cortile presero a scalpicciare le zampe di acciaio dei camion. Tutta la casa di pietra tremò. Sul tavolo di Srubov, al terzo piano, tintinnarono i coperchietti di rame dei calamai. Srubov impallidì. I membri del Collegio e il giudice istruttore accesero frettolosamente le sigarette. Una piccola cortina di fumo coprì ognuno di loro. E gli occhi – in terra.

Ed ecco – Lei, la Rivoluzione, scuote la Sua camiciola, strappa via dalla camiciola e dal corpo pidocchi, vermi, e altri parassiti – quanti le hanno succhiato il sangue! – e li getta giù, giù nei sotterranei. Ed ecco, noi dobbiamo, ed ecco – io debbo, debbo, debbo – schiacciarli, schiacciarli, schiacciarli. Ed ecco il loro pus – il pus, il pus. Ed ecco di nuovo l’elegante camicia di Marx.

E l’acuminato frammento di vetro delle congiure e la stricnina dei sabotaggi Le facevano vomitare sangue, e il Suo ventre (grembo, secondo la Bibbia) si gonfiava per la maternità, la fame. E’ ferita, imbrattata del proprio sangue e di quello dei nemici (non sono forse sangue Suo Srubov, Katz, Bosge, Mudynia?), lacera, coperta di stracci grigi e rossi, in una pidocchiosa camiciola di grezza tela, scalza. Lei stava salda nella grande pianura, e guardava il mondo coi Suoi vigili occhi pieni

di

sdegno.

(Vladimir Zazubrin – La scheggia)


Gli occhiali zoppi

vorrei vedere voi, che cosa ne sapete di una vita da occhiali invalidi?

d’accordo, sono costato poco, non pretendo le attenzioni di uno che ha soldi da spendere per un capriccio, come un tempo avrebbe fatto il mio attuale possessore… la mia qualità è scadente. lo so. ma resistente, aggiustabile, altrimenti non sarei qui a scrivere mentre lui cerca parlando da solo le cose che non trova al loro posto. ma anche io, noi, voi. sono, siamo, siete senza marca, neanche un’imitazione. i miei consimili li intravedete dai tabaccai, nelle farmacie, al supermercato. quando siete in coda e non sapete se distrarvi o Pensare. quando vi trovate in quei rassicuranti posti che voi ben conoscete e sui e nei quali non riflettete mai. quei posti dove osservo finti sconti, marciume, infrazioni di leggi riguardanti prodotti commestibili, bastarda superficiale gente usw

ma non è certo questo il punto, ho infatti imparato ad usare il suo computer – mentre lui va in bagno, o quando va sotto a nutrire i suoi animaletti. ma di solito non si trattiene a lungo. da nessuna parte.

domani potrei essere schiacciato, considerato ormai inutile, buttato via. ma non da lui! non lo farebbe mai! non sto qui a dilungarmi, piuttosto

adesso sterzo

noi noi noi occhiali, generalmente, non manifestiamo le nostre emozioni, tranne rare opportunità in tal senso. siamo degli oggetti e, come tutti gli appartenenti a tale categoria, subiamo l’uso che si fa di noi. a volte con la stessa crudeltà che caratterizza, più o meno, il resto dell’umanità della quale vi compiacete di far parte. sfruttate le cose che non ritenete di umana considerazione e, per lavarvi, vomitate compassione e passate ad altro.

ora mi sento un po’ in colpa, non voglio accusarlo. egli non è certamente cattivo (ma io credo solo perché vorrebbe esserlo davvero). ha molto molto più rispetto per piante, animali, per i deboli e malati che per sé stesso. circondato com’è dalla sporca, banale umanità che lo circonda – io lo capisco! io vedo! io sono un paio di occhiali!…in questi pochi anni trascorsi al suo servigio ho accumulato tante cose nella mia piccola memoria. soprattutto colgo l’unicità del suo disprezzo, del suo celato valore e della sua etica che chiunque dovrebbe essere in grado di percepire. ma ovviamente così non è.

e raramente avvengono talune cose, che poi non

poi. quando lo vedo impassibile, solo, osservante muri giallini, immerso in sinfonie che comincia a conoscere sempre più profondamente

mi appoggia sul suo comodino. questo è un bel momento. ho bisogno di stiracchiare la mia stanghetta ancora in grado di farlo. sento il suo respiro che si fa leggero e greve al tempo stesso. vedo immagini e ascolto suoni e dialoghi in bianco e nero su di un piccolissimo schermo. ulteriormente rimpicciolito causa strane teorie sul consumo della batteria del terminale che usa. a volte strane lettere, diverse da quelle che normalmente devo leggere. volute di fumo. e poi solo i radi suoni esterni: camion della spazzatura, dove prima o poi finirò, il temibile gatto bianco e grigio, qualche automobile, rari velociclomotori.

il silenzio assoluto non esiste, neanche in una camera iperbarica, mi confidò un mio simile che ebbe l’onore di poggiare sul naso di John Cage.

la saracinesca vivente va giù da sola ogni giorno, intorno alla decima ora del mattino

“Affinché la mia visione ti sia compagna sempre”

Fa bene, fa bene quando si incazza, specialmente quando, non conoscendo le sue opere ma ascoltando la radio riconosce, non so come! non lo so!, Ibsen! e ulteriormente alza il volume per….poi sedersi qui. “Adesso che si godano La Monte Young”. Lo sento, ha voglia di tirare calci al muro e di parlare chiaro, per una volta, a queste persone legate a lui  solo da rapporti anagrafici e di portarsi a casa tutti e cinque i gatti prima di trovarli come….

ma

ora basta

LA MONTE YOUNG “Theatre of eternal music” 1971