LOVE/HATE 80 – (non fiction)
 
                               Outside of society/that’s where I wanna be (Patti Smith, 1977)
 
Il mio primo contatto col punk fu catodico, credo. Forse era già il 1978 quando vidi un servizio di costume da Londra all’interno di ‘Odeon-Tuttoquantofaspettacolo’, uno dei primi programmi ad uscire dai canoni classici della (dis)informazione…avevo tredici anni e quel quarto d’ora di immagini dei primi punks inglesi mi sconvolsero: i vestiti a brandelli, gli sputi, le spille da balia, l’arroganza, il trucco delle ragazze – tutto mi rimase impresso nel cervello, affascinandomi – anche io volevo essere come loro! Cercai il disco dei Sex Pistols ma non lo trovai… anzi, mi rifilarono un bel pacco chiamato ‘Carry On’ o qualcosa del genere che era una serie di registrazioni radiofoniche e televisive senza un minuto di musica! Non potete (o forse sì) capire la mia delusione. Musicalmente, nel senso di ascolto, avevo già mosso i miei primi passi spulciando tra le cassette e i dischi di mio padre… Stones, David Bowie, Beatles, funk anni 70,blues…- poco tempo dopo cominciai le superiori infiltrandomi immediatamente tra i pochi compagni/fricchettoni che frequentavano il mio liceo, tradizionalmente di destra. Andai un paio di volte alle pallosissime riunioni del ‘Collettivo’ ma frequentare chi si occupava di politica mi stancò presto… più che altro ero affascinato da altri personaggi che frequentavano la ‘piazza’ messinese: sembravano venuti fuori dalla New York underground dei tardi anni settanta – occhialoni, pantaloni stretti di pelle, giacche o giubbotti striminziti, stivali, quasi tutto rigorosamente nero tranne le loro facce, pallide e scavate. Mi ricordavano Lou Reed e Patti Smith, i miei primi idoli musicali, dei quali leggevo avidamente testi, biografie e poesie. Con queste persone, di cui non voglio fare il nome, volli condividere, oltre i gusti musicali e il look, anche la passione per l’eroina, di cui feci uso per la prima volta a soli quindici anni. Come avrei potuto non farlo? Sentivo la necessità di immergermi, compenetrarmi, ‘vivere’ quello che leggevo e ascoltavo. A fine estate 1979, trovandomi a Spezia, andai a Firenze a vedere Patti Smith, esibizione che rimase nelle cronache anche per la dura contestazione che subì da parte degli autonomi quando si avvolse in una bandiera a stelle e strisce…questo fu ovviamente uno dei grandi eventi della mia adolescenza: decine di migliaia di persone, l’odore di fumo ovunque – mi sembrava di essere in una specie di Woodstock. L’anno dopo ebbi un’esperienza simile quando andai a vedere Lou Reed ad Avellino. Quel viaggio fu una figata: una radio privata messinese, Antenna dello Stretto, organizzò un servizio pullman per il concerto. Per partecipare dovetti praticamente scappare di casa, perché i miei non volevano lasciarmi andare, preoccupati com’erano dai miei atteggiamenti, dal mio modo di vestire etc… solo una piccola parte dell’equipaggio era composto da gente normale, il resto da frequentatori di piazza Municipio, luogo di aggregazione di compagni/sballati/tossici ma anche dei primi new-wavers. Il viaggio durò circa sedici lunghissime ore tra andata e ritorno, durante le quali deliziammo le poche persone tranquille che occupavano i sedili vicino l’autista con nubi di erba calabrese e musica dei Ramones sparata al massimo da un enorme registratore portatile. Fu un intenso e lunghissimo concerto (durò quasi tre ore), la cui ciliegina sulla torta, almeno per me, fu il saccheggio che compiemmo in non so quale autogrill durante una sosta al ritorno. Quando rientrai in città non avevo il coraggio né la voglia di tornare subito a casa essendo ancora sotto l’effetto di svariate plegine che avevo preso negli ultimi giorni. Per un paio di notti dormii a casa di un ragazzo di tre o quattro anni più grande di me, Pippo, che già aveva una discreta collezione di dischi di gruppi di cui avevo fino ad allora solo sentito parlare: Specials, Wire, Joy Division, Buzzcocks, Pop Group…! Ascoltare tutta questa roba nuova mi eccitava e confondeva allo stesso tempo…mi feci registrare subito delle cassette chiedendogli di metterci i gruppi ‘più punk(!)’ ossia Clash, Siouxie, Pistols.
Fu pressappoco in quel periodo, siamo sempre nel 1980, che cominciarono i primi tentativi per fare stare in piedi i capelli usando Tenax, acqua zuccherata, la blanda lacca di mia nonna…- quindi riuscii con molta fatica a trovare degli anfibi dell’esercito italiano ed iniziai a strappare (da solo) ed a farmi stringere (dalla mia bisnonna) tutti i pantaloni che avevo. Le prime scritte che sfoggiai furono fatte col pennarello su di un giubbotto di jeans scolorito. Poi il tocco finale: andai a Parigi per una settimana con mio cugino di Genova ed al mercato delle pulci comprai un chiodo usato – era fatta, cominciavo finalmente ad attirare l’attenzione e l’ostilità della gente, cosa che ovviamente mi faceva solo piacere. Non ebbi molto seguito, a parte due ragazzi, Roberto e Gianfranco, tramite i quali conobbi di lì a poco Giovanni ‘Barfy’. Ci fu subito intesa. Anche lui tra l’altro era, più o meno come me, di famiglia settentrionale, quindi andava spesso ‘su’ a rifornirsi di dischi, badges, magliette ed armamentario vario. Assieme a Gianfranco e Roberto progettammo e cominciammo a produrre Poison che definimmo punkzine anche se davamo spazio anche a chi era più preso da storie ‘new wave’. Decidemmo ciò un po’ a malincuore – ma d’altronde era nostro obiettivo smuovere le acque, farci ri/conoscere, quindi accettammo questo compromesso che poi gradualmente svanì. I primi due numeri di Poison non vennero fuori un granché, esteticamente avevano l’aspetto di un giornaletto scolastico di scarsa qualità…poi cominciammo a metterci più impegno: cambiammo il formato, ridimensionandolo, e cominciammo a curare di più la grafica, ispirandoci alle altre zines con cui eravamo in contatto – Archaeopteryx di Spezia, Ansia di Torino ed altre…un’altra situazione che creammo fu una trasmissione di musica esclusivamente punk che io e Giovanni tenevamo ogni martedì grazie alla collaborazione di una radio privata, forse Radio Messina Quartiere, riuscendo così a contaminare l’aere peloritano con roba che andava dai Discharge alle grezzissime demotapes che ricevevamo dall’Italia e dall’estero. In Inghilterra avevamo dei contatti con due gruppi, i Warning e i Lost Cherrees, che Giovanni aveva conosciuto in una delle puntate che spesso faceva a Londra.
Il 3 novembre 1981 suonò alla Sala Laudamo di Messina un gruppo di nome Uart. La band ruotava attorno al chitarrista Gabriele ed aveva un repertorio di sole cover punk ’77. Di questo avvenimento scrissi una recensione su Nuova Fahrenheit, una punkzine friulana. Fu a quel concerto che io e Giovanni conoscemmo Gabriele il quale, assieme al batterista Massimo, decisero di unirsi a noi per formare una band diversa, con pezzi propri: Giovanni avrebbe cantato ed io avrei imparato a suonare il basso. Il nome del gruppo mutò in Uart Punk, per distinguerci dalla formazione che aveva suonato alla Laudamo e per mettere le cose in chiaro con tutti sulle nostre intenzioni musicali e non. Gabriele aveva a casa sua un mini studio di registrazione ben attrezzato con apparecchi multitraccia, così fummo in grado di registrare in pochissimo tempo il ‘demo 81’ con otto pezzi originali. Nei testi io e Giovanni riversammo il nostro malessere e la nostra attitudine contro tutto, ovviamente ispirati dai gruppi che ci piacevano di più – Discharge, Crass, Partisans, Disorder e via dicendo. Il sound era forse più frutto di Gabriele e Massimo, tecnicamente più preparati ed esperti. Non posso dire, in tutta sincerità di esserne mai stato soddisfatto appieno, avrei voluto un suono più veloce, tagliente, martellante… l’importante era comunque farlo, esserci, e dimostrare che chiunque altro avrebbe potuto fare lo stesso.
L’anno seguente, per la precisione il 25 gennaio, si svolse al cinema Odeon il primo happening di musica alternativaorganizzato nella nostra città. Suonarono Windopen, Gaznevada, Victrola e Shotgun Solution di Roma. Questi ultimi facevano punk ’77, cosa che per me, Giovanni e pochi altri andava anche bene, nel senso che ci divertimmo e combinammo un discreto casino tentando di coinvolgere la gente nel pogo ma…quando conoscemmo questi tipi rimanemmo delusi. Non gli fregava un cazzo della nostra punkzine, né tantomeno dell’aspetto potenzialmente sovversivo del punk. Erano poco più che dei modaioli. Del resto nel numero 4 di Poison il nostro amico Gianfranco non aveva certo fatto un bel ritratto dei punk romani…Sorvolo su Windopen e Gaznevada, le cui vicende sono più o meno note, per spendere due parole sui Victrola, l’unico gruppo messinese della serata. La formazione era costituita da Carlo,Ezechiele e Tobia. Nel loro genere, una sorta di new wave sintetica che si avvaleva anche di chitarra e basso, erano davvero bravi; pubblicarono in seguito un 12” dal titolo ‘Maritime Tatami/A Game of Despair’ per la Electric Eye e parteciparono alla compilation ‘Gathered’ prodotta dalla stessa etichetta. Per ovvie ragioni non intraprendemmo mai iniziative comuni con loro – troppa era la distanza di mentalità e scelta dei suoni. In seguito fecero un tour al nord Italia di discreto successo, credo collaborando anche con Neon e gente del genere. Un’altra band che provò a combinare qualcosa, ma francamente non molto di concreto, furono gli Indisparte (genere Cure/Joy Division), nei quali militavano Roberto, Franz e Giancarlo, fratello di Mary, la tipa che mi sostituì al basso nel concerto alla Festa dell’Unità degli Uart Punk. Per quanto io ne sappia questo è tutto riguardo la scena alternativa messinese di quegli anni… tenete presente però che a fine 1983 mi trasferii prima a Genova e poi a Londra quindi non sono in grado di documentare con precisione cosa sia successo nella seconda metà del decennio. Mi sembra giusto aggiungere che il primo locale che svolse con una certa continuità un ruolo di aggregazione per chi voleva ascoltare musica ‘diversa’ fu l’Ikebana di Sant’Alessio, una località a metà strada tra Messina e Taormina.
Nella primavera 1982 la prima (e per me unica) esibizione live degli Uart Punk, al leggendario Virus. Giovanni lo aveva già visitato qualche mese prima, rimanendone ovviamente entusiasta. Cito dal numero 4 di Poison: “…i punx milanesi hanno veramente le palle quadrate…forse tra qualche mese il Virus non esisterà più, grazie ad una repressione che non colpisce solo i ’terroristi’ ma anche chi vuole una vita migliore senza per forza dover imbracciare un mitra (ma forse non c’è poi tanta differenza!) ma certamente questo non fermerà l’azione, non fermerà i senza futuro e chi come loro ha capito che la politica è uno strumento del potere…”
Decidemmo quindi di partecipare all’Offensiva di Primavera arrivando a Milano stanchi per l’interminabile viaggio ma col morale alle stelle: era la prima volta che mi trovavo in mezzo a così tanti punx, Messina era lontana non centinaia di chilometri ma anni luce. Oltretutto per me e Giovanni sarebbe stata la prima volta su un palco il che raddoppiava il nostro flusso adrenalinico. Fummo tra i primi a suonare: non scorderò mai l’impagabile sensazione che provai quando una ventina di persone cominciarono a pogare all’impazzata…ricordo anche le espressioni meravigliate delle persone a cui dicevamo la nostra città di provenienza: Messina – uno dei (tanti) buchi di culo d’Italia. Al Virus ci fermammo a dormire tre o quattro notti, finchè non finirono i soldi. I gruppi che mi impressionarono di più furono i Fall Out (di cui avevo già sentito parlare quando andavo in Liguria – mia madre è di Genova, mia nonna delle Cinque Terre, vicino Spezia) ed i grandissimi Wretched, dei quali mi feci disegnare il logo sul chiodo. Vista la mia attitudine narcotica (non condivisa da nessuno nel gruppo) bazzicai in giro con i punx più sconvolti – quelli che Marco Philopat definisce nel suo libro gli ‘incollati’, per l’abitudine di sniffare colla. Per me non era una novità, a Messina frequentavo assiduamente un negozio che si chiamava ‘Chimica Sanitaria’ dove mi vendevano senza troppi scrupoli flaconi di cloroformio e/o anestesolo, il cui effetto era una via di mezzo tra la colla ed il popper. Approfitto per dire che non condividevo la politica anti-eroina che cominciava a diffondersi tra i punx. Non ero ancora diventato un tossico a tempo pieno ma quando mi girava mi facevo…non capivo proprio: ma punk non significava fare il cazzo che ti pare, sempre e comunque? In un certo senso io intendevo la ribellione come autoisolamento, rifiuto degli schemi sociali e, se necessario, anche l’autodistruzione. Nichilismo puro, il mio. Punk per me era prima di tutto rendersi inutili socialmente, e chi è più inutile e dannoso alla società di un tossico? Va da sé che il testo della nostra canzone ‘Eroina’ fu scritto in seguito da Giovanni, il quale si stava allineando ideologicamente quasi in tutto e per tutto ai cosiddetti crassiani. Uno dei flash più vividi di quell’estate 1982, che l’italiota medio identifica di solito con la vittoria della nazionale di calcio, fu un concerto dei CCM a Lerici, vicino Spezia. Suonarono uno dei loro sparatissimi set in piazza, forse senza autorizzazione…intervennero prima un paio di vigili che circondammo subito (ad uno di loro riuscii a rubare il cappello che conservai come trofeo) poi la polizia. Finì con una minirivolta e qualche arresto. Io riuscii a fuggire senza conseguenze.
Nell’autunno dello stesso anno mi trasferii definitivamente in Liguria e venni quindi sostituito al basso da una ragazza, Mary, scomparsa qualche anno fa. A settembre gli Uart Punk tennero il loro secondo ed ultimo concerto, che fortunatamente venne registrato, nell’ambito della Festa dell’Unità a Messina, dopodiché si sciolsero. Giovanni si trasferì ad Udine nell’inverno seguente dando poi vita ai Soglia del Dolore. A Genova abitavo in zona San Nicola – tramite mio cugino cominciai a frequentare un gruppetto di persone che si ritrovavano in spianata Castelletto, un luogo di ritrovo che allora ospitava più o meno pacificamente sia fighetti che…alternativi. Qualcuno avrà sicuramente conosciuto o sentito parlare di Roby Quadrelli, uno dei primi punk di Genova, il quale poi formò negli anni novanta i Sensasciou, un valido gruppo folkragamuffin. Mi aggregai a quelli della sua ghenga – tutti tipi in gamba che non riesco (né tantomeno voglio) etichettare: il loro look era un po’ un misto di punk, skin, rockabilly, scooter boy e chi più ne ha più ne metta…i posti che frequentavamo erano lo Psyco, il Qualuude. Si può dire che da allora si concluse la mia breve avventura di punk militante… volevo vivere il punk in modo più individualista, da cane sciolto – cosa che riuscii a realizzare appieno solo nel momento in cui mi allontanai da casa.
 
Nel 1985 tornai a Londra, dove ero già stato per qualche settimana l’anno prima, aggregandomi inizialmente ad un ragazzo di Messina, il quale mi trovò un posto nel ristorante dove lui già lavorava. Non riuscii a sopportare a lungo la situazione lavorativa che oltretutto mi imponeva di indossare un’umiliante uniforme…la strada mi chiamava. Una sera andai al Marquee (allora nella storica sede di Wardour street) a vedere un concertaccio punk77, i Chelsea. Fu allora che incontrai Cathy, una tipa di Manchester che secondo me era proprio punk nell’anima, più che nel look: si vestiva come una qualunque proletaria inglese (non scorderò mai le sue scarpe bianche con tacco a spillo) ma sfoggiava anche capelli decolorati quasi bianchi pietrificati in tante grosse punte ed un trucco pesantissimo alla Siouxie. Cathy – una delle persone più angosciate e schifate da tutto che abbia mai conosciuto. Cominciai a gironzolare con lei, i primi tempi comunicando ben poco, non tanto per il mio inglese che era già abbastanza buono, quanto per il suo tremendo accento del nord a cui dovetti abituarmi. Non scorderò mai che fu lei la prima a spiegarmi il significato della parola starving, equivalente a morire di fame – la cosa mi sarebbe tornata utile molto presto. Contagiato dalla sua estrema negatività e dalla sua passione per gli sciroppi a base di codeina, decisi di lasciare finalmente quel cazzo di lavoro e cominciai a squattare. La storia con Cathy durò un paio di mesi – dopodiché sparì per farsi poi risentire diversi anni dopo. Tramite una tipa di Spezia che conoscevo già di vista e che incontrai per caso mentre facevo colletta in King’s Road andai a vivere per la prima volta in uno squat, situato in uno dei tipici agglomerati di case popolari del Council (per la precisione il Lisson Green Estate, vicino la stazione di Marylebone), squallidi ma quantomeno dotati di elettricità, riscaldamento ed acqua calda – tutte cose che venivano quasi sempre a mancare quando si occupavano, raramente, edifici privati.MaxUart4
Nel frattempo mi erano finiti quei quattro soldi che avevo messo da parte lavorando ed avevo quindi cominciato a vivere di sussidio ed espedienti vari, cioè colletta e fotografie a pagamento per i turisti in cerca di un souvenir esotico: la foto col punk! Per quest’ultima attività mi ero scelto un luogo non lontano dallo squat e non tanto sputtanato tra gli altri lowlife, la stazione underground di Baker street, frequentatissima dal turistame per la vicinanza con il museo delle cere di Madame Tussaud e l’immaginaria residenza di Sherlock Holmes. Così facendo riuscivo tranquillamente a mangiare (il più trascurato dei miei bisogni), soddisfare il mio appetito per alcool e droghe ed avere anche qualche soldo per i concerti. Non mi serviva altro. Oltretutto non lavorando più avevo finalmente il tempo di andare a vedere tutti i gruppi che volevo…Conflict, DOA, Broken Bones, Exploited sono solo i primi nomi che mi vengono in mente. Una sera andai in un pub, il Sir George Robey, a vedere gli UK Subs. All’uscita notai due tipe che se le stavano dando di santa ragione ed ebbi la malaugurata idea di provare a dividerle. Non l’avessi mai fatto: le due più altri due tipi mi si rivolsero contro e mi lasciarono sanguinante per terra. Imparai così la regola numero uno del vivere in strada: farsi i cazzi propri a meno che non ci sia un ottimo motivo per non farseli. Qualche tempo dopo venni a sapere che suonavano i Blitz, dei quali ricordavo che erano comparsi nelle compilation Oi!. Ne dedussi ingenuamente che magari qualche skin ci sarebbe stato, ma forse non troppi e neanche troppo stronzi. Per mia fortuna mi accorsi in tempo che la leggenda dei ‘punx & skins uniti’ era una grossa cazzata, per lo meno in Inghilterra – me ne resi conto già dalla strada verso la sala del concerto, quando mi trovai circondato da un’orda di teste rasate che cominciarono a sputarmi ed a dirmene di tutti i colori. Oltretutto mi ero da poco fatto la crestona corredandola con un bel tatuaggio in testa, di lato: PUNX ITALIANI, con “A” cerchiata ed “N” nichilista. Ero una vittima ideale: punk e straniero! Scappai a gambe levate, imparando stavolta a non andare ai concerti di gruppi che avevano a che fare con quelle cazzo di compilation, che peraltro mi piacevano.
Intanto allo squat, essendo andata via la tipa di Spezia, con la quale ebbi una tormentata storia, offrii ospitalità nella mia stanza a R (non voglio fare il nome), un tipo di Genova del mio quartiere anche lui approdato a Londra. Cominciai a fare coppia con lui – credo che entrambi sentissimo un po’ la necessità di un compagno di strada. Iniziammo a farci piuttosto pesantemente, da qui il bisogno di escogitare nuovi mezzi per alzare più soldi. Elaborammo questa strategia: entravamo separati in un grande magazzino, di solito un Marks & Spencer o un Sainsbury‘s, dove io attiravo l’attenzione dei sorveglianti per via del mio aspetto, mentre lui si dava da fare, rubando di tutto. Il giorno dopo R andava all’ufficio refund del supermercato a cui avevamo fatto visita dicendo che l’oggetto in questione gli era stato regalato, che non andava bene o stronzate del genere, per avere il rimborso. Di solito funzionava…finchè un brutto giorno, mentre aspettavo nervosamente all’uscita di un negozio che R uscisse, mi sentii prendere per un braccio. “Alè, ci siamo”, pensai. Era uno della security che mi informava di avere appena beccato il mio socio con le mani nel sacco e mi suggeriva di portare via i coglioni se non volevo fare la stessa fine. Attraverso una vetrina vidi che lo stavano già ammanettando…accettai il consiglio e sparii.
Dopo due settimane R fu rilasciato – ricordo la mia felicità quando me lo ritrovai allo squat. Di colpo la mia paranoia che gli fosse finita male era svanita, subito rimpiazzata da un altro problema: con soli due giorni di preavviso il conservatorissimo Council di Westminster, entro i cui confini si trovava lo squat, ci comunicò che dovevamo sloggiare. Panico. Con così poco tempo nessuno aveva avuto il tempo di pensare ad un’altra sistemazione… Flashback: siamo tutti seduti in cucina, stanchi per l’opera di vandalismo che avevamo deciso di effettuare all’interno dell’appartamento prima di lasciarlo. Troppo infami, solo due giorni di tempo. Saggiamente decisi di farmi quella che sarebbe stata l’unica doccia dei seguenti mesi. Comunque, il foglio di sfratto ricevuto recitava che avremmo dovuto lasciare i locali entro le dodici del tale giorno…non sappiamo se andarcene o sperare in chissà cosa o…ad un certo punto io chiedo l’ora a qualcuno che mi risponde: “E’ mezzogiorno, anzi meno cinque, quattro, tre, due, uno…TOC TOC TOC – POLICE! OPEN THE DOOR! Erano due sbirri che ‘britannicamente’ all’ora esatta erano venuti a farci sloggiare! Li investimmo con una risata e ce ne andammo. Per fortuna qualche tempo prima io ed R avevamo aiutato due ragazze, ospitandole nello squat. Good karma. Le incontrammo in giro proprio pochi giorni dopo lo sfratto, che ci aveva praticamente costretti a dormire nei portoni con zaino e tutta la nostra roba. Ci dissero che potevamo stare quanto volevamo in un altro squat che avevano aperto loro ma che stavano lasciando perché tornavano in Italia. Per me ed R fu un sollievo…sbattersi in giro per sopravvivere con uno zaino in spalla non è, come potete immaginare, il massimo della comodità. Insomma ci portarono in questo nuovo posto, in zona Ladbroke Grove. Per nostra sfortuna era un’abitazione privata in disuso da chissà quanti anni. Non c’era né elettricità, né acqua calda ed era tutto uno sfacelo di assi penzolanti, polvere e qualche materasso marcio buttato per terra – di sera si trasformava nel posto più lugubre in cui abbia mai abitato, con tanto di gradini scricchiolanti, topi nel sottoscala e ragnatele ovunque. Ci procurammo uno scatolone di candele e ci adattammo alla situazione. Dopo un mese R decise di tornare alla base mentre io volli continuare a stare ad oltranza, la solitudine sembrava non spaventarmi più. Non avrei mai più rivisto R, quando in seguito tornai a Genova lo chiamai e sua madre mi disse che era morto. Ciao R. Un giorno, sempre a Londra, trovai uno specchio rotto e guardandoci dentro mi resi conto di com’ero cambiato. Mi sentivo sublimemente sporco, fuori e dentro. Avevo completato la mia devoluzione da cane domestico a cane randagio. E ora? Giorno dopo giorno non reggevo più quello stile di vita, tanto più che ero rimasto solo. Cominciai a disinteressarmi a concerti, raduni e situazioni del genere, preso per com’ero dalla necessità di sostenere finanziariamente la mia dipendenza senza più il supporto di un compagno, di un complice. Ogni giorno che passava mi sentivo sprofondare sempre più nella mia solitudine, da me sempre ricercata ed odiata al tempo stesso. Solo contro nove milioni di persone, ecco come mi sentivo. Decisi perciò di tornare a Genova. I miei non mi mandavano più soldi già da tempo, quindi mi rivolsi al consolato per ottenere un biglietto del treno. Purtroppo al momento del mio ultimo acquisto di roba feci male i calcoli e dovetti affrontare le ventiquattro ore di viaggio di ritorno in astinenza. Durante il tratto francese del viaggio incontrai un lussemburghese che proveniva da Amsterdam, dove aveva comprato qualcosa come un cinque grammi, niente di esorbitante. Lo supplicai in tutti i modi di farmi fare anche solo uno schizzo, ma non ci fu niente da fare, scese dal treno lasciandomici spietatamente a marcire. Passai la notte rannicchiato nel corridoio, non riuscivo a stare assieme ad altre persone nello scompartimento, in preda per com’ero di sudori, brividi, starnuti e quant’altro costituisce l’atroce repertorio dell’astinenza da oppiacei. Arrivato a Milano riuscii finalmente a farmi, riacquistando così un minimo di lucidità. Per un paio di giorni dormii in stazione, ed anche se l’idea di un mio rientro a Genova cominciava ad apparirmi come una pesante sconfitta esistenziale, cedetti definitivamente e rientrai a casa. Il mio arrivo a casa fu decisamente tragicomico. Mia madre, appena aperta la porta, si mise a piangere, sconvolta dal mio aspetto: il crestone di 15cm biondo giallastro con ricrescita, il chiodo martoriato a cui avevo strappato le maniche per poterlo indossare con un bomber sotto, i pantaloni marci e gli anfibi con la punta di ferro mezza staccata sommati all’olezzo che emanavo dopo mesi passati senza lavarmi erano davvero troppo per lei. Immaginate la scena condita da una mia zia mezza fuori testa che tentava di consolarla dicendole che ero un giovane moderno e amenità di questo genere. Quello fu l’inizio della fine. Credo di avere tagliato la cresta dopo solo un mese. Il motivo agli inizi fu essenzialmente strategico. Continuavo a farmi di eroina ( oltretutto ritrovai tutti i miei amici sempre più infognati, anche loro vittime dell’ondata oppiacea degli anni ottanta ) ed essere troppo visibile è decisamente un ostacolo non da poco per un tossico. Gradatamente semplificai il mio aspetto, anche se rimasi fedele, come oggi del resto, a certe cose come i DocMartens o i pantaloni stretti a quadri, alcuni dei miei tanti feticci. Musicalmente il mio fu un rigetto totale, improvviso. Non scendo in dettagli, il percorso dei miei gusti sarebbe un discorso troppo complesso e dispersivo. Oltretutto la seconda metà degli ottanta, a mio parere, produsse ben poco di innovativo o interessante. Per qualche mese, tramite mia sorella che si era inserita in quel giro, frequentai gli skin genovesi, ma fu un feeling che durò ben poco, una sorta di colpo di coda. Durante quel periodo, siamo a fine 1986, incontrai quella che ancora oggi considero la ragazza più importante della mia vita, tale Valentina, con la quale ebbi una lunga ed intensa storia che si concluse dopo tre anni. Dopo esserci separati ci trasferimmo a Londra,  prendendo poi ognuno la sua strada. La mia consistette in una quasi totale integrazione nel sistema lavorativo, svolgendo banali mansioni quali ferroviere, postino, addirittura receptionist per uno di quei council da me tanto odiati solo pochi anni prima. La scena musicale la frequentai non così appassionatamente come prima, ormai assorbito dal lavoro, dalle mie relazioni sentimentali e dall’uso di eroina da me mai del tutto abbandonato. Non scendo in ulteriori dettagli perché, a questo punto arrivati, non riguarderebbero in alcun modo l’argomento principale di questa mia storia.
Qualcuno si aspetterà che io mi domandi che cosa mi è rimasto di tutto questo…tenterò di dare una risposta sintetica e precisa: provo esattamente lo stesso disprezzo, lo stesso senso di distacco dalla maggior parte delle cose e delle persone che mi circondano, che provavo allora. Musicalmente ho mantenuto una certa coerenza, anche qui accompagnata da una totale intransigenza verso ciò che non mi piace, cioè quasi tutto. A parte il mio secondo soggiorno londinese ho tentato in tutti modi di sfuggire all’umiliante ottica del dover lavorare per mantenersi. Non mi sono sposato, né ho procreato. Passo le giornate facendo praticamente nulla, dedicandomi  all’ozio o allo scrivere o a vani, monotoni cazzeggiamenti serali. Quando posso viaggio, se no aspetto che qualcuno venga a trovarmi, tanto più o meno è uguale. Sarò io, adesso, a farvi una domanda: secondo voi sono cambiato così tanto?
 
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12 commenti on “”

  1. eternallover ha detto:

    Fiumi di parole. Mi sembrava di esserti accanto sai? Di essere il fumo e l’aria. Ti sarai sentito libero dopo tutto questo. Ed è bello avere ricordi cosi netti e precisi. E sapere di avere tutto cosi intensamente.
    Vorrei tornare indietro, mi sarebbe piaciuto vivere in quegli anni, e non ora. Quando ormai tutto sembra già fatto e combattuto.

    Sei cambiato tanto? Non credo. Secondo me nell’animo rimaniamo sempre gli stessi ragazzini. Con qualcosa in più.

  2. dressed2kill ha detto:

    TEST – questo è un commento a me stesso? O un commento al tuo commento?

  3. CischiAna ha detto:

    punk, squat, creste e borchie…

    proprio così.

    deirdre

  4. .FAiTH. ha detto:

    Finalmente ho una mezza connessione e ho iniziato a leggere il tuo blog.
    Io non so cosa avrei dato per vivere tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80, è una delle mie più grandi (e certamente puerili) utopie. Ti odio.

    *

  5. 13112002 ha detto:

    visto che c’eri da quelle parti (Ge) quando c’ero io, negli stessi posti e rpbabilmente alle stesse ore, potresti rivelarmi un prezioso segreto: come faccio a recuperare qualche cosa dei Ragni di allora, prima ben prima di Sensasciou?

  6. dressed2kill ha detto:

    ah! i Ragni! io non ho nulla…quando vado a Genova, ormai di rado, spero sempre di incontrare Roby Quadrelli ma…non è mai successo. so che non sta tanto bene ma che è ancora in piedi…bye, for now. M

  7. 13112002 ha detto:

    temo che non stare bene stia diventando la norma… l’eta’. mi sono trovato a ripensare ai ragni di ricente e alle notte genovesi, lontane notti lunghe. e’ per questo che una ricerca mi ha fatto arrivare qui, apparivano tutte le parole chiave. no roby non e’ stato bene ma ho visto che e’ impegnato in qualche modo con il teatro. devo dirti che se rimangono un bellissimo ricordo i ragni vanno bene cosi’. te abraza con todo fervor revolucionario

  8. stellawasadiver ha detto:

    ho letto tutto d’un fiato e per me vale più di qualunque altra cronaca pubblicata di quegli anni
    ciao

  9. loon ha detto:

    no spiegami un attimo, ripeti per favore, forse ho letto male :Lou Reed ad avellino????
    Si che nemmeno ero nata(’80 giusto?) ma questa mi mancava davvero..
    ma sei sicuro??

  10. dressed2kill ha detto:

    “Growing up in public Tour” 16-6-1980. Ho trovato in rete la data precisa, addirittura con la scaletta!

    Se vuoi dai un occhiata su:

    http://www.arrakis.es/~e.miquel/rnranimal/live1980.htm

  11. connieblackrose ha detto:

    ciao come promesso avevo letto il tuo racconto però non avevo mai lasciato un commento(di questo chiedo scusa),e ho fatto tante ricerche sui flipper,quello che ho trovato è davvero poco,non ho trovato neanche una loro canzone intera,su youtube ho trovato solo alcuni filmati che parlano più che altro.
    se hai msn dimmelo così mi puoi mandare qualcosa dei flipper tramite msn.
    un saluto e auguri x il 2007(anche se un pò in ritardo).
    P.S. fammi sapere!

  12. utente anonimo ha detto:

    se adattarsi alla realtà non implicasse in fatto di scegliere se davvero conta la dignità!? Per chi lo capisce è peggio xkè deve prendere una posizione. Ed una così radicale posizione si prende per sempre nella vita. No. dunque, non sei cambiato.
    Rick W.


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