LA SCATOLA DI METALLO

un disco imprescindibile. in breve, la sua storia: originariamente uscì in edizione limitata col titolo di Metal Box. tre 12” in un contenitore metallico tipo pizza cinematografica. io ho posseduto tutte e due le edizioni, ma le ho voluto metabolizzare così tanto che sono poi finite per scorrere nelle mie vene. non a caso parlo di sangue, questa è storia del rock&roll. si dice che il bassista Jah Wobble sapesse a malapena suonare il suo strumento. il primo album dei Public Image Ltd. è solo dell’anno precedente, 1978. il teorema punk della non-necessità di saper suonare viene riconfermato proprio con un disco che scandalosamente superò il punk con un grosso, spiazzante balzo in avanti. all’epoca i duri e puri considerarono Lydon/Rotten un traditore. dicevo, le basse frequenze. i preziosismi, la raffinata tecnica di Jaco Pastorius valgono un bel cazzo di niente a confronto dell’immensa profondità delle palpitazioni emanate da questo disco. un oscuro pulsare che incombe come un cielo plumbeo di inverno. quindicenne rimasi stupefatto e intrigato dall’assenza di titoli nell’edizione doppio album. ci si trovavano solo gli ermetici e inquietanti testi che tradussi avidamente. anche sull’etichetta del vinile niente. solo il geniale logo dei PIL PiL - Second Edition in quattro diversi colori (per i più ignoranti: questa che vedete è la copertina, non il logo). ascoltate l’asimettrico incedere di Poptones, frammenti di uno stupro pedomosessuale. poi Swan Lake (meglio nota come Death Disco) ispirata agli ultimi giorni di vita della madre di Lydon. cinque note di basso per tutta la canzone. sono più che sufficienti. a trasmettere l’angoscia. il rimpianto. l’impotenza di fronte alla morte. che dire poi di Socialist? un ritmo protoparahouse diversi anni prima che la stessa venisse alla luce (rompendomi pesantemente i coglioni per un decennio buono). Bad baby, un bambino abbandonato in una carrozzella. un inno all’indifferenza metropolitana. il tutto graffiato, screziato dai motivi (no, niente riff) chitarristici di Keith Levene: stridenti, altalenanti, inquietanti. in questo disco c’è sì la stessa disillusione, la stessa etica della negazione delle Pistole del Sesso. ma sublimata in forma più introversa. più cupa e ripetitiva. qui si manifesta finalmente lo spirito artistico del leader, non più imbrigliato in quella parodia di se stessi che stavano ormai diventando i sopramenzionati. che rabbia. pensare che per molti l’apice della new-wave sia rappresentato da quei quattro sminchiati dei Cure con i loro languori o quegli altri patetici dinosaU2ri così politicamente corretti. perché le overdosi colpiscono (quasi) solo i migliori? che rabbia, che schifo. d’altronde, ad ognuno la musica che si merita.
 
Soundtrack: PUBLIC IMAGE LTD “Second Edition”
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20 commenti on “LA SCATOLA DI METALLO”

  1. utente anonimo ha detto:

    e allora diamo il via alla lista degli altri “sminchiati”, come dici tu: cocteau twins; la siouxsie delle cover dei beatles; nick cave con le sue “smielataggini”, che a confronto il cantante dei birthday party non sembra neppure la stessa persona; i tanto sconosciuti legendary pink dots…
    dai, sto cercando di difendere i cure, ci sono cresciuta. dove sei finito? A

  2. CorradoMorotti ha detto:

    La cosa più figa del punk era l’operazioncina commerciale che lo fece nascere.
    A livello d’eversione, il primo rimane sempre il buon Al Bano.

  3. bolilla ha detto:

    va bene, lo compro. in DC va bene lo stesso o ci vuole per forza il vinile?

    *scherza*

  4. dressed2kill ha detto:

    New York, 1975: Legs McNeil e Gillian McCain fondano la fanzine “Punk”. E’ la prima volta che questa parola viene usata in ambito musicale. Il tutto nacque allora, non certo a Londra nel 76/1977 come tradizione vuole. I personaggi oggetto di tale fanzine erano Richard Hell & Voidoids, Ramones, MC5, New York Dolls, Dead Boys, Patti Smith, Suicide, Dictators, Johnny Thunders and the Heartbreakers, Talking Heads, Television.

    da un paio di anni è stato finalmente tradotto un libro che si chiama “Please kill me”, curato, appunto, dai due personaggi sopramenzionati. Il libro è una collezione di testimonianze dei protagonisti diretti e non della faccenda in questione: si parte da Warhol e dagli Stooges per arrivare, come conclusione, alla traversata del punk sulle coste britanniche anche ad opera di Malcolm McLaren, manager dei New York Dolls prima ancora dei Pistols.

    “This book tells it like it was. It is the very first book to do so”.
    -William Burroughs

    Il Maestro così ha detto in proposito. E io non oso aggiungere altro.

    M

  5. disorderpixie ha detto:

    giusto per avere un altro metro di paragone: leggine su reynolds (post punk 1978-1984, uscito da pochissimo in ed. italiana)

    sminchiati ce ne sono una cifra, e gli u2 ne fan sicuramente parte.

    all’oggi pietosi e patetici.

    mi fa tristezza la gente che ancora va a gonfiar le loro tasche di soldi, in quei megaconcerti, e poi ne scrive entusiasta sui blog.

    nichilismo&fastidio

  6. Roxie111 ha detto:

    buona giornata 🙂

  7. redblog ha detto:

    Good job, junkie baby…
    I say hello to my little friend.

    ciao

  8. CorradoMorotti ha detto:

    L’unica roba seria rimane l’hardcore anni ’80.
    Il resto è scenografia.

  9. GoldenBrown ha detto:

    Siamo quello che ascoltiamo:)

  10. utente anonimo ha detto:

    difficile credere che Jah Wobble non sapesse suonare 😉
    più facile ricordare, qualche anno dopo, il successo, per me davvero inspiegabile, dei Cure (ammetto che negli U2 per un breve periodo c’ho pure creduto….)
    Please kill me cercherò di procurarmelo al più presto
    ciao stella

  11. dressed2kill ha detto:

    Per CorradoMorotti: grazie del complimento. ero il bassista di uno dei gruppi hc italiani di prima generazione (1981/1982, Offensiva di Primavera etc etc). da qualche anno collaboro ai progetti di LoveHate80 che tu, immagino, conoscerai. un tot di scenografia e di atteggiamenti costruiti esistevano anche in quell’ambito, te lo garantisco.

    Per Stella: ho notato che l’edizione italiana non contiene alcune foto che invece sono state inserite in una delle edizioni originali americane. in ogni caso leggilo. è molto interessante, vedrai. il bello del libro consiste nel fatto che è un semplice assemblaggio di dichiarazioni, interviste, monologhi dei vari personaggi. senza noiose interpretazioni sociologiche o (peggio) politiche.

    M

  12. regularjoan ha detto:

    Quello che più mi piace di “Second Edition” o di “Flowers Of Romance” è l’immagine di John Lydon che hanno tratteggiato: musicista sensibile, a tratti geniale, profondo. Con quel delizioso tono apocalittico che lo rende unico. E poi Keith Levene, altro personaggio geniale…

    Come se il punk inglese, filiazione di quello americano, abbia avuto una vita propria solo con il post punk. Solo dopo la morte di colui il quale (tralasciando i Buzzcocks) viene comunemente riconosciuto come grande icona del punk, dopo l’uccisione (freudianamente parlando) del “padre” dell’etica ed estetica punk Sid Vicious, il punk inglese è nato davvero. Il punk inglese dopo la morte di Sid Vicious ha superato i suoi complessi di Edipo.

    Grande John Lydon.

  13. regularjoan ha detto:

    “un tot di scenografia e di atteggiamenti costruiti esistevano anche in quell’ambito, te lo garantisco.”—> Da quel poco poco che so, lo penso anche io.

  14. CorradoMorotti ha detto:

    Dovevamo firmare per la Vacation House Records di Rudy degli Indigesti.
    Ma non avevamo manco la batteria nostra.
    Mi è toccata una laurea in giurisprudenza.

  15. angelalover ha detto:

    mi sa che quando scrivevo il capitolo “musica” della Bibbia Gotica avrei dovuto chiedere il tuo aiuto…

    Angela

  16. dressed2kill ha detto:

    “Come se il punk inglese, filiazione di quello americano, abbia avuto una vita propria solo con il post punk”…

    interessante concetto. concordo.

    bene. sono contento. voglio scrivere di musica più spesso.

    M

  17. pipperolosmilzo ha detto:

    “Slow motion…Slow motion….getting rid of the albatross…”

    Eccacchio proprio questo capolavoro non citi nella tua pseudorecensione? 🙂

    P.S. Meglio i finto-pagani Virgin Prunes dei cristiani U2, no? 😛

    P.P.S. E comunque 17 Seconds, Faith e Pornography (dischi dei Cure, almeno credo 😀 ) sono grandi dischi 😉

  18. dressed2kill ha detto:

    Per pipperolosmilzo:
    A) hai detto bene. pseudorecensione. le mie non lo sono, le butto giù in cinque minuti. quelle vere, più pragmatiche, le lascio a chi di dovere. sulla base di tale attitudine/concetto dovrebbe essere ovvio che non mi sento tenuto a citare ogni singola canzone.

    B) decisamente meglio i Virgin Prunes. I agree.

    C) in effetti “17 seconds” lo comprai appena uscì e mi piaceva anche. il fatto è che da allora ho sempre trovato di meglio di ascoltare. oltretutto non so se si è capito che ho voluto citare i Cure come il classico gruppo “che piace a tutti” di quel periodo. i cui pezzi non mancano mai nelle serate anni80 più truci e scontate. con questo spero di non dover tornare sull’argomento Cure.

    Best Regards

    M

  19. pipperolosmilzo ha detto:

    Beh, il senso di pseudo era quello che hai colto, però Albatross è il primo brano e il più lungo, non parlarne era difficile 😉

    E per i Cure, si era capito il senso della citazione, però una citazione ai meriti li volevo dare 😉

  20. utente anonimo ha detto:

    Il tuo commento sull’album mi è piaciuto moltissimo xkè si vede ke è sentito,ma nn è affatto vero ke pastorius è solo tecnica,pastorius sa anke emozionare..Ascolta john and mary oppure a remark you made dei weather report e poi mi dici!!


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