IL MIO POST(punk)

INTELLIGENCE [icky baby – 2005]: infantili filastrocche su basi postpunk, nell’accezione meno classica del termine (David Thomas a colazione con Jaz Coleman?). chitarre che graffiano e corrono via. basso distorto che incede lento, strafottente. voci stridule. Cheer up switch. e poi San Francisco. cupa e dissoluta come non mai. tutto questo come aperitivo. subito dopo digerisco con i loro cuginetti

A-FRAMES [selftitled #1 – 2002]: parenti più scheletrici. basso secco, marziale. anche qui sublime ed assoluta mancanza di pose esistenziali scadenti nel patetico ed eccessive cotonature (la malattia endemica del postpunk, vedi Cure). I am the nobot. la divertente storiella di un automa che soffre di solitudine. surveillance, dolce ballata dedicata ad una videocamera di controllo. sì, ci si può innamorare di quell’occhio, dopo queste note ne sono sempre più convinto. non resisto, ho anche voglia di [black forest – 2005]. copertina grigia. la meccanica, spietata efficienza degli A-Frames ricorda quella degli U-boat immortalati nel decimo pezzo. troppo cupi? macché. Death train si può tranquillamente canticchiare sotto la doccia. a proposito di oscurità e amore. la chitarra, prima solenne poi vorticosa, di Eva Braun ne è satura, io lo sento. così come ora sento

LIARS[drum’s not dead – 2006]: ho scrollato con fastidio le spalle al primo ascolto di questa opera, tempo fa, un giorno evidentemente infausto. rimpiangevo corrucciato il nevrotico punkfunk del loro primo lavoro. credevo che quantomeno dopo il seguente [They were wrong so we drowned – 2004] sarebbero tornati al loro suono originale. invece il basso latita. solo batterie, tastiere e chitarre che sembrano tastiere. sgraziati/solenni cori che sanno di boschi oscuri e pietre incise secoli fa. un consiglio: procuratevi il cd/dvd originale e godetevelo al buio osservando uno dei tre video lunghi quanto il disco stesso. possibilmente il secondo, quello della lumaca, girato da Angus. un esempio fra tutti: the wrong coat for you Mr. heart attack. mi commuovo. e vado a farmi il caffè già pregustando l’intransigente rigore degli ARAB ON RADAR VV.AA.[No New York – 1978] disco forse più citato per snobismo che realmente ascoltato. il punkfunk primigenio dei CONTORTIONS di James Chance/White: smoking bianco, ciuffo fifties e isteria tossicometropolitana. segue l’esordio della regina darktrashwave Lydia Lunch nTEENAGE JESUS & the JERKS. quindi i MARS e il loro artnoise antelitteram: helen forsdale è iperbolica. hairwaves un blues urbano scoppiato, sfasato. se resistete a tutto questo i DNA di Arto Lindsay. batteria ossessiva, tastiera jazz mutante e ancora infinite geniali unghiate di chitarra. Un appunto: Brian, avresti dovuto infilarci anche i LOUNGE LIZARDS. li ho tenuti per ultimi, non vedevo l’ora di iniettarmi il secondo ascolto dei the MAE SHI [heartbeeps – 2005] dopo un’impercettibile intro partono con l’apparentemente pacchiano riff di chitarra di born for a short time. non si respira e si passa subito a crimes of infancy. l’accelerazioneè irresistibile. poi? una quarantina di secondi di tastierina e si scivola nella spiazzante sequenza di eat the prize: scanzonataisteria posthardcore+spleen in formato laptop+ancora isteria+epica chiusura waveprog = 3’16”. sorprendenti. in spoils of victory i Kill Me Tomorrow incontrano gli Air più suicidi. di nuovo, the universal polymath. brividi rock and roll che si acuiscono con la finale heartbeep. un EP. un capovaloro.


il pomeriggio è quasi finito. mi godo vento e pioggia mentre comincio a pregustarmi la terza visione consecutiva diHerz aus glas. ma quella è un’altra storia.

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